Gli itaGliani e… il vino

Piccola specifica: da questo pezzo sono esclusi i veri intenditori e gli enologi, si parla di esseri umani.

Detto questo, sul vino dovremmo essere comunque bravini, visto che la nostra nazione è cosparsa di vigne financo nelle metropoli. No, non scherzo, ho visto gente coltivare piccole vigne a Milano Sud, producendo il famoso Cancrello del Naviglio. Vediamo com’è la realtà.

Il paesano

Gli dicono di portare una bottiglia di vino e lui si presenta con questo boiler da due litri, puntualmente senza etichetta, esordendo minaccioso: “E’ paesano”. Secondo la sua scuola di pensiero, un vino può essere ottenuto anche spremendo direttamente la pigna e aggiungendo alcol etilico e aspartame, ma se è “paesano” allora è buono. Generalmente il contenuto della bottiglia ha la formidabile capacità di vincere l’eterna battaglia coi succhi gastrici: è lui a bruciare loro e ad uscire dal corpo umano aprendosi un varco attraverso la milza. Però è paesano, cazzo.

L’esterofilo

E’ una razza ben conosciuta: è convinto che tutto ciò che viene fatto al di fuori dei confini italici sia geneticamente superiore. Non che ne sappia di vini: sovente lo vedi arrivare con in mano un “Autentico Syrah dell’Austria”. Vorresti ribattergli che al massimo è australiano, quando guardi l’etichetta e ti rendi conto che è fatto a Klagenfurt.

In realtà di noi itaGliani tutto si può dire ma in quanto a vino facciamo il culo a mezzo mondo, lui però non se ne cura. Se fosse giapponese mangerebbe sushi spagnolo, se fosse spagnolo cucinerebbe la paella di Okinawa.

Il rosatista

In realtà non ne ho mai incontrato uno, però si dice che esistano. Qualcuno, in fondo, dovrà pur berlo sto cacchio di rosato, altrimenti perché lo metterebbero nei supermercati? A volte mi sono messo anche a spiare, ma quei dannati sono velocissimi: il rosato è lì sullo scaffale, ti giri un attimo ed è sparito assieme a colui che ha osato acquistarlo. Provate a cercare nei ghetti, nei luoghi perduti dove si raduna l’umanità sola ed emarginata: tra un feticista dei tacchi a spillo, uno schizofrenico paranoide e il sosia di Charles Manson potreste trovare un bevitore di rosato.

L’artigianale

E’ un sottoinsieme del paesano. Si presenta con una bottiglia amorfa ed ulula: “Mio zio fa questo vino, è buonissimo”. Lo assaggi: sa di succo Pfanner, col retrogusto di pantofola usata. Parlando con l’elargitore del nettare, scopri che suo zio nella vita fa il piastrellista e ha una vigna nel giardino di casa, immerso nello smog del raccordo anulare.

E capisci. Piccola perla: entro in un bar e leggo “Vino delle colline di Villaricca”. “Don Nicò, ma dove stanno le colline a Villaricca? E’ tutto pianeggiante qui!” – “Eh, dietro casa c’è una collinetta e ci ho fatto una vigna”. Una prece.

Il finto esperto – 1

Enoteca vicino casa, appena aperta. Entro con due amici e chiediamo una bottiglia di prosecco. Il cameriere ce la porta con tre bicchieri da rosso. “Scusa, hai delle flute?” – “Non so, devo guardare la carta dei vini”. Taciamo perplessi e beviamo da quei bicchieri. Dopo un po’ arriva il titolare dell’esercizio: “Dovete scusarmi, i ragazzi non sono ancora esperti, abbiamo appena aperto ora vi porto le flute”. “No, vabbè, non preoccupatevi tanto cambiamo genere: ci portate un cabernet?”.

Dopo due minuti arriva col cabernet e tre flute. Signore perdonalo.

Il finto esperto – 2

Sa di vino come io so di meditazione zen, ma ha un vantaggio: una volta ha sentito un amico intenditore ordinare ed ha imparato che lo Schioppamilza di Velletri è buono soltanto se proviene dalla cantina Merdoni.

Con quest’unica conoscenza spera di impressionare la platea: “Avete lo schioppamilza?” – “Sì” – “Ma è della cantina Merdoni?”. Se il cameriere risponde “No”, parte un dramma umano di proporzioni epiche: lui, infatti, conosce solo ed unicamente quel vino, perciò inizia a scrutare la carta sudando freddo e dopo dieci minuti urla: “Un Tavernello!”.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *