Salsa di Pomodoro

Ho riflettuto a lungo su quale tema affrontare in questo primo post, cercando ispirazione in blog che riguardano il mondo del vino e fra le pagine scritte da chi si domanda cosa si nasconda nel piatto; considerando l’atto di mangiare un gesto agricolo (W. Berry) e oserei aggiungere politico.

Ho trovato numerosi spunti di riflessione nel bel libro del viticoltore marchigiano Corrado Dottori (Non è il vino dell’enologo) e tanti altri ancora nel sempre verde Terra e Libertà/Critical wine  ispirato dal compianto Luigi Veronelli.

Questi due hanno il merito di parlare del vino riconducendolo ad una sfera più ampia, agricola e umana.

Oggi si parla molto, nel bene o nel male, di vini biologici e naturali e molti fra produttori, enologi e agronomi si dichiarano paladini della sostenibilità e della salvaguardia dell’ambiente.

Ma raramente, seppur accompagnato da spirito critico e mosso da nobili motivazioni, chi lavora nell’ambito del vino mostra interesse per le dinamiche globali che si stanno giocando nelle nostre campagne. Io avverto un forte scollamento fra il mondo del vino e l’agricoltura, mentre mi sembra evidente che l’acqua che sta imbarcando la nave che traghetta noi e il nostro pianeta verso il futuro non verrà allontanata a bicchierate!

Questo scarto fra vino e agricoltura è da ricondurre a quello che il vino rappresenta nella società dei consumi: è chiaro che il vino è un’ icona, un vero status simbol come ogni altro oggetto di lusso tramite il quale un individuo afferma la propria appartenenza ad un determinato ceto sociale.

Come giustificare altrimenti il prezzo a quattro cifre di una bottiglia di romanée-conti? Tutto ciò si palesa quando il regista o il rocker di turno investe milioni di euro per acquistare un’ azienda vitivinicola nel chianti-shire. Nessuno di questi decide, per il momento, di acquistare terreni per produrre cereali, cavoli cappucci o salsa di pomodoro.

Quindi il vino è da considerarsi come un prodotto agricolo, al pari della salsa di pomodoro, o deve essere comparato a un’ auto di lusso? Io propendo per la risposta numero uno. D’altra parte sono convinto che a quest’affascinante liana e al suo frutto possano essere attribuiti alcuni valori aggiunti. La vite e il vino, come del resto altre produzioni artigianali, ci raccontano delle storie e spesso sono custodi di comunità agricole ben radicate sul territorio, lontane anni luce da nasi raffinati e dalle riserve indiane dei presidi.

Questo è ciò che più mi affascina del mondo viti-vinicolo: le viti allevate come cesti in buche scavate nel terreno per ripararsi dai venti salmastri di Pantelleria, le colonne che di notte rilasciano il calore accumulato di giorno nei versanti esposti al sole delle montagne Valdostane, o il metodo ancestrale di produzione di un lambrusco.

Inoltre il vino, come poi tutti i prodotti derivanti dalla fermentazione alcolica, riesce a facilitare la veicolazione dei pensieri oltre che la convivialità. A me, che lavoro in vigna, piace pensare di lavorare per un’azienda che si occupa di comunicazione – RAKIA CONECTING PEOPLE, si leggeva su alcune magliette balcaniche che facevano il verso alla nota marca di telefoni cellulari.

Per queste ragioni trovo poco piacere nel bere (oops!!!, il vino si degusta) un vino descritto da un enotecario, per informato che sia, senza conoscere da chi, come e dove è stato prodotto. Come ogni cane assomiglia al proprio padrone, ogni vino dovrebbe aggiungere qualche dettaglio in più ad una persona, ad un paio di mani, ad un paesaggio.

Allora mi chiedo se sia auspicabile e sostenibile cercare di spostare l’immagine snob del vino verso una sua nuova veste più popolare e alla portata di tutti. Mi piacerebbe spogliare la bottiglia da tutti i suoi orpelli porno-edonistici e da tutti i suoi marchi per ricollocarla là dove deve stare: in dispensa fra i formaggi, i cavoli cappucci e la salsa di pomodoro.

Vorrei che il vino non fosse fine a se stesso ma mezzo per veicolare il lavoro manuale e intellettuale, e quindi la cultura, di chi anima oggi il mondo contadino che resiste e i movimenti che da quel mondo nascono). Ecco, è in questa direzione che mi piacerebbe andare.

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